mercoledì 17 novembre 2010

Un nuovo manifesto del partito - Riflessione pseudofilosofica

Diverse cose sono accadute dall'ultimo post che ho scritto. Ho partecipato a diverse manifestazioni a Cagliari e ad un'assemblea di studenti a Carbonia, piuttosto sparuta a dire il vero, ma particolarmente illuminante. Certo, le manifestazioni lasciano il segno più di un'assemblea tenuta sopra la biblioteca, però discutere con altri ragazzi di come sta andando a finire la scuola mi ha toccato il cuore molto più che l'essere soffocato dal fumo delle sigarette.
Tornando a casa meditavo fra me sulla necessità di scrivere un secondo manifesto del partito comunista, grossomodo non dissimile da quello di Karl Marx, ma più attuale. Ne è passata di acqua sotto i ponti, dalla Prima Internazionale Comunista del 1864. Eppure gli ideali di Marx sono così attuali che basterebbe solo "tradurli" in termini moderni per ricavare un secondo manifesto che ideologicamente non si discosta quasi per nulla dall'originale. Forse un po' più ricco, ma arricchito da cosa, se non dalle amarezze dell'età moderna?
Non sono il tipo che sospira: si stava meglio quando si stava peggio. Lungi da me lamentarmi della tecnologia. Del resto, senza essa, gran parte delle mie conoscenze, il mio stesso scrivere su questo blog non esisterebbe.
No, credo solo che un eventuale nuovo manifesto del partito comunista debba contenere in sé elementi moderni, problematiche attuali, quali la dittatura mediatica, l'uso di internet. Per esempio, mi pare assurdo che nel 1968 siano stati capaci di costituire un simile movimento e che oggigiorno, pur avendo internet, pur ricevendo in tempo reale i dati di uno sciopero nazionale, non si riesca a creare qualcosa di grosso.
Un nuovo manifesto, dunque, che non sostituisca il vecchio ma lo integri, aggiunga la storia che va dal 1864 al 20??, incentrato principalmente sull'Italia, cosicché non si pensi che certe cose andrebbero fatte ma in Italia non ce ne sia bisogno o non sia possibile.

E pensavo di provarci proprio io.
Tuttavia sono stato eroso da un dubbio: ne sono degno? Non voglio dire che l'opera di Marx sia come la Divina Commedia, e che sia dunque eresia tentare di scrivere qualcosa di analogo. No, penso che anzi sia possibilissimo, considerato anche che la mia umile persona, come detto, non intende correggere il Grande ma solo unirsi a lui, scrivere dei fatti a cui egli non ha potuto assistere a causa della mortalità a cui persino i Grandi sono soggetti. Solo mi chiedevo se io, a soli diciotto anni e mezzo di età, possa essere pronto ad un simile gesto. Non temo il giudizio altrui, ma il mio stesso giudizio in un futuro anche prossimo.
Mi sono detto: se fossi un genio, non ci sarebbero problemi.
E qui inizia un'attenta riflessione sull'argomento che vi invito a leggere.
Un genio, a prescindere dall'età, possiede una ragione che supera di gran lunga un uomo maturo.
Un uomo considerato maturo, al giorno d'oggi, non è da me però considerato in alcun modo intelligente.
Mi spiego meglio: osservando i comportamenti degli uomini, spesso mi sorprendo di quanto siano dementi. Anche le persone dapprima da me reputate intelligenti, cadono in fallo su qualcosa, dimostrando che il loro ragionamento deriva dall'utile loro e non da una vera e propria riflessione ideologica.
Sarò prodigo di esempi, perché nonostante abbia alle spalle due anni e mezzo di filosofia non sono molto chiaro nelle spiegazioni: l'uomo che fa tranquillamente amicizia con gli omosessuali è terrorizzato dall'idea che il proprio stesso figlio lo possa essere. A volte capita che, a "danno" fatto, se ne faccia una ragione e che da finto tollerante si evolva al livello di persona intelligente. A volte capita che invece non se ne faccia affatto una ragione e continui a mostrare di facciata una tolleranza che dentro di sé non possiede, perché chi pensa sul serio che gli omosessuali siano normali non può, logicamente, se anche un figlio lo è, fare una piega che non sia quella dovuta al pensiero delle discriminazioni che subirà. A parte che anche quest'ultima legittima paura è strumentalizzata per scusare una reazione dovuta alla stessa intolleranza.
Questo è un tipico esempio di persona sulle prime considerata normale che scivola invece nel demenziale, almeno ai miei occhi. Riconoscendo ordunque d'essere circondato da imbecilli, mi reputo grosso modo una persona normale.
Passiamo alla definizione di genio.
Esiste il genio matematico, in questo caso non difficile da riconoscere: egli sa fare a mente esercizi matematici con velocità e naturalezza quando la massa non può farlo se non con una calcolatrice.
Chiaramente, la possibilità di essere questo tipo di genio viene scartata in partenza se qualcuno non è dotato del dono dei numeri.
Esiste il genio situazionale/logico, molto più difficile da inquadrare. Non ha particolari doti, idee geniali, non sfolgora con calcoli mentali ma stranamente tutti lo considerano intelligentissimo. Non ha necessariamente voti altissimi a scuola, spesso è dotato di buona memoria, se la sa cavare in ogni situazione e analizza razionalmente tutto quello che gli accade. E si stupisce se gli altri non sanno trovarsi il culo con le mani.
Spesso questo ipotetico genere di genio fa faville con i test logici, per esempio quelli basati sulla comprensione delle conseguenze di una data frase.
Esiste il genio artistico ma non mi sento di affrontare l'argomento, volendolo incentrare sul secondo tipo, con riferimenti al primo tipo.

Mi sono posto un limite: se a diciotto anni volessi scrivere un secondo manifesto del partito, dovrei essere un genio necessariamente, per iniziare a farlo senza disprezzarmi da solo. Il punto è comprendere se lo sono, perché non sento di esserlo. Un genio sente di essere un genio? Con la logica forse ci si può arrivare.
Tornando all'esempio fatto prima, riconosco dunque di sentirmi una persona normale fra imbecilli, la qual cosa non mi riempie d'orgoglio ma mi fa molto innervosire, al punto che ho spesso desiderato di essere tonto per non farci caso e vivere serenamente, invece di turbarmi ogniqualvolta qualcuno faccia qualcosa di ben poco sensato.
La massa dunque è per me imbecille. Io sono normale. Non solo io, ovviamente, ma poche personalità, una forse su mille a essere ottimisti.
Ma non è la massa a costituire la normalità?
Non è forse la massa che decide che cosa sia invece anomalo, nell'accezione originale del termine a-nomalos, ossia non comune? Certo che è così. Omosessuali anomalie perché la massa è etero, in natura così accade. Extracomunitari anomalie perché la massa è della stessa nazionalità dello stato in cui vive.
Dunque la massa è normale, sono io ad essere anormale, io e chi è subnormale, ancora più stupido, ancora più privo di ragione, privo insomma di autocoscienza. Si formano tre livelli in cui la massa è la mediazione, è la normalità.
La massa da me e da chi è come me tanto considerata imbecille.
E poi, esiste una differenza fra l'essere normale in un mondo di imbecilli ed essere genio in un mondo di normali? Si è comunque sopra la media, in grado dunque di guidare chi è al di sotto, in grado di fargli spalancare la bocca, in grado di parlare loro e di essere ascoltato. In grado di impressionare le personalità al proprio livello e, rispetto alle menti ancora più alte, farle torcere da un disgusto attenutato rispetto a quello che le stesse provano per la massa.
I geni si considerano normali fra gli stupidi, gli stupidi si considerano normali rispetto al genio.

Alla luce di questi fatti, ho deciso di provarci, perché non ho niente di meno rispetto alla massa anonima di normalissimi idioti.